Per anni abbiamo chiuso i post con una piccola appendice che assomigliava all’indice analitico di un’enciclopedia. #socialmedia, #marketing, #digitalmarketing, #contentcreator, #branding e qualche altro parente stretto, possibilmente abbastanza popolare da farci immaginare migliaia di persone in attesa del nostro contenuto.
Del resto, gli hashtag hanno rappresentato a lungo uno degli strumenti più riconoscibili della comunicazione social. Servivano a classificare i contenuti, seguire conversazioni e intercettare persone interessate a un argomento. Intorno alla loro scelta sono nate strategie, generatori automatici, liste salvate nelle note dello smartphone e discussioni infinite sul numero ideale.
Nel 2026 questa pratica appare parecchio invecchiata.
Instagram ha fissato un massimo di 5 hashtag per post e Reel e Adam Mosseri ha chiarito più volte che aggiungerli non produce un aumento significativo della reach. LinkedIn considera ormai gli hashtag accessori, perché i suoi sistemi riescono a comprendere l’argomento di un post attraverso il testo e il contesto.
Il cancelletto, tuttavia, non va in pensione però il lavoro che da affidargli è cambiato. Scopriamo in che senso.
Instagram mette un limite: massimo 5 hashtag
La decisione più evidente è arrivata da Instagram nel dicembre 2025. Dopo una fase di test, la piattaforma ha stabilito un limite di 5 hashtag per post e Reel.
Il numero racconta bene quanto sia distante l’Instagram attuale da quello delle caption seguite da 20 o 30 etichette. Adam Mosseri ha spiegato che pochi hashtag pertinenti risultano preferibili alle lunghe sequenze di termini generici e ha precisato un aspetto ancora più interessante per chi lavora con i social: gli hashtag possono essere utili nella ricerca, mentre il loro contributo alla reach è marginale.
La precisazione, pertanto, corregge una convinzione durata diversi anni. Le vecchie liste da copiare sotto ogni pubblicazione hanno perso gran parte della loro funzione. Se un tag serve, deve descrivere davvero il contenuto, una campagna, un brand oppure un argomento riconoscibile.
LinkedIn riesce a capire di cosa stiamo parlando
Su LinkedIn il cambiamento appare ancora più interessante perché riguarda direttamente il modo in cui la piattaforma interpreta il linguaggio.
Nel 2024 LinkedIn aveva già eliminato gli hashtag associati alla modalità Content Creator. Nel 2025 Rishi Jobanputra, Senior Director of Product Management per il Feed, ha fornito un’indicazione piuttosto esplicita: gli hashtag sono facoltativi. Possono mantenere una funzione quando una persona cerca un argomento o una tendenza specifica, mentre gli algoritmi riescono ormai a comprendere il tema di un contenuto e ad associarlo alle persone potenzialmente interessate.
Per chi scrive professionalmente sui social, il passaggio non va sottovalutato. Una caption costruita con termini pertinenti, informazioni riconoscibili e un campo semantico coerente fornisce già numerosi segnali alla piattaforma.
Scrivere “SEO copywriting per e-commerce” dentro un contenuto offre un’indicazione testuale comprensibile. Aggiungere in fondo #SEO #copywriting #ecommerce replica, invece, informazioni già presenti.
A questo punto la domanda utile riguarda ciò che stiamo comunicando all’interno del nostro testo.
Dall’hashtag alle parole che usiamo davvero
Quindi gli hashtag sono morti?
La domanda “gli hashtag sono morti?” funziona benissimo come titolo da social media apocalypse, anche se il quadro attuale è molto più sobrio. Su Instagram continuano ad avere una funzione nella ricerca e nella classificazione dei contenuti, mentre il limite di 5 introdotto dalla piattaforma spinge a selezionare termini realmente pertinenti. Un hashtag proprietario legato a un brand, il nome di una campagna o una parola strettamente collegata all’argomento possono quindi mantenere una funzione utile e riconoscibile.
Su LinkedIn il loro impiego è diventato ancora più facoltativo, perché la piattaforma riesce a interpretare il contenuto dei post attraverso testo e contesto senza richiedere una classificazione manuale. In pratica, possiamo smettere di chiederci quale combinazione di 17 hashtag farà decollare il post delle 18:30 e dedicare più attenzione alle parole che abbiamo già scritto nella caption.
Cosa cambia per brand, creator e social media manager
Il cancelletto ha perso il posto d’onore
C’è qualcosa di curioso nella parabola degli hashtag. Per molto tempo abbiamo adattato la scrittura alle piattaforme riempiendo le caption di etichette pensate per spiegare alle macchine cosa stavamo pubblicando. Adesso le macchine comprendono molto meglio quello che scriviamo.
La responsabilità torna quindi sulle parole (evviva!).
Per una copywriter la faccenda presenta un lato quasi comico: dopo anni trascorsi a discutere se usare 5, 10, 20 oppure 30 hashtag, scopriamo che bisogna scrivere bene e chiamare le cose con il loro nome.
Potevano dircelo prima, eh!
FAQ
Gli hashtag servono ancora su Instagram nel 2026?
Gli hashtag su Instagram nel 2026 servono soprattutto a classificare i contenuti e possono contribuire alla ricerca interna. Instagram consente un massimo di 5 hashtag per post e Reel e raccomanda l’uso di tag pertinenti rispetto a lunghe sequenze generiche.
Gli hashtag aumentano la reach su Instagram?
Gli hashtag non producono un aumento significativo della reach su Instagram secondo le indicazioni fornite da Adam Mosseri. La distribuzione dei contenuti dipende maggiormente dalla pertinenza e dalle risposte generate presso gli utenti.
Quanti hashtag usare su Instagram?
Instagram consente fino a 5 hashtag per post e Reel. La scelta può concentrarsi su pochi termini direttamente collegati al contenuto, al brand, alla campagna oppure all’argomento trattato.
Gli hashtag servono ancora su LinkedIn?
Gli hashtag su LinkedIn possono essere utilizzati per rendere riconoscibile un argomento nelle ricerche. LinkedIn considera il loro impiego facoltativo perché i suoi sistemi analizzano testo e contesto per comprendere il tema di una pubblicazione.
È meglio usare keyword o hashtag sui social?
Le keyword inserite naturalmente nelle caption aiutano le piattaforme a comprendere il contenuto e corrispondono alle espressioni che gli utenti possono utilizzare durante una ricerca. Gli hashtag mantengono una funzione di classificazione e possono affiancare il testo quando aggiungono un’informazione utile.
Leggi anche: Marketing Emozionale: tutto quello che c’è da sapere

Sono web content editor, giornalista e blogger. Le parole sono il mio pane quotidiano!