generazione dipendente dai social mediaHo una confessione da fare, e questa volta non c’entra Carrie Bradshaw. Anche se, a pensarci bene, c’entra sempre un po’, perché se c’è una cosa che Carrie mi ha insegnato è che le domande più scomode sono anche le più necessarie.

E la domanda di oggi è questa: stiamo crescendo una generazione dipendente dai social media e facciamo finta di niente?

Lo so, è il tipo di frase che fa alzare gli occhi al cielo. «Ecco un’altra che parla dei social come se fossero il male assoluto.» No, fermi tutti. Non sono una talebana anti-digitale che scrive questo articolo a lume di candela su una pergamena. Sono una che sta nel mezzo della tempesta e che, proprio per questo, vede le cose che chi guarda da fuori non riesce a vedere.

E quello che vedo non mi piace.

I numeri che non vogliamo guardare

Facciamo un gioco: prendetevi 30 secondi e provate a indovinare quante ore al giorno un adolescente medio passa sui social media. Avete pensato a un numero? Bene. Ora preparatevi, perché la realtà è peggio.

Secondo i dati più recenti, gli adolescenti trascorrono in media quasi 5 ore al giorno sui social. Pomeriggu di scroll infinito, di reel che si autoavviano, di notifiche che lampeggiano come slot machine progettate per non farti mai smettere.

A livello globale, si stima che circa 210 milioni di persone soffrano di una qualche forma di dipendenza da social media e internet. In Italia, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità ci dicono che il 13,5% degli adolescenti tra gli 11 e i 15 anni presenta un uso problematico dei social, con prevalenze più elevate tra le ragazze. E secondo l’OMS, il tasso di uso problematico tra gli adolescenti europei è salito dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022 — con l’Italia al 14%, sopra la media europea. Non siamo messi bene.

Ma il dato che mi ha fatto fermare è un altro: l’86,5% degli adolescenti italiani posta foto e reel sui propri profili, secondo l’indagine 2025 di Laboratorio Adolescenza. E lo fanno per esistere in una metrica.

Scrollo, dunque esisto.

Il design della dipendenza

C’è una cosa che mi fa impazzire del dibattito pubblico sulla dipendenza da social: quando qualcuno dice “basta usare un po’ di autocontrollo”. Come se un quindicenne potesse competere con migliaia di ingegneri della Silicon Valley pagati per rendere un’app il più irresistibile possibile.

Non è un caso che non riesci a smettere di scrollare TikTok. Lo scroll infinito, l’autoplay dei video, le notifiche push personalizzate, i sistemi di ricompensa variabile, sono tutti meccanismi progettati con la stessa logica delle slot machine. Il tuo cervello rilascia dopamina ogni volta che ricevi un like, un commento, una nuova visualizzazione. E il cervello di un adolescente, che non ha ancora completato lo sviluppo della corteccia prefrontale, quella che – per intenderci – gestisce il controllo degli impulsi, è particolarmente vulnerabile a questo tipo di stimoli.

Dire a un ragazzino “metti giù il telefono” è come dire a qualcuno seduto davanti a una slot machine truccata “smetti i buttare i tuoi soldi”. Il sistema è progettato perché tu non smetta. E pretendere che la soluzione sia la forza di volontà individuale è ingenuo nella migliore delle ipotesi, cinico nella peggiore.

L’Australia ha detto basta. E l’Europa ci sta pensando

Mentre noi stiamo ancora discutendo se i social facciano bene o male il resto del mondo ha iniziato a muoversi.

Il 10 dicembre 2025, l’Australia è diventata il primo Paese al mondo a vietare i social media ai minori di 16 anni. Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat, YouTube, X, Reddit, Twitch. Le piattaforme rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani se non prendono misure ragionevoli per impedire l’accesso ai minori. E la responsabilità è tutta sulle spalle delle piattaforme, non dei genitori o dei ragazzi.

A novembre 2025, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede un’età minima di 16 anni per l’accesso ai social in tutta l’UE, con possibilità di accesso dai 13 ai 16 anni solo con il consenso dei genitori. La Francia sta per vietare i social agli under 15; la Grecia lo ha già fatto e la Spagna, il Portogallo, la Danimarca e la Germania stanno lavorando a qualche forma di restrizione.

E l’Italia? L’Italia sta “studiando”. Nel maggio 2025 il Parlamento ha presentato un disegno di legge per limitare l’accesso ai social agli under 15, incluso un divieto per i kidfluencer. Il testo è all’esame del Senato. Nel frattempo l’Italia partecipa alla sperimentazione dell’app europea di verifica dell’età. Ma di concreto, per ora, poco.

La domanda scomoda: servono regole o stiamo esagerando?

Ed eccoci al punto, quello che divide le cene di famiglia e le chat dei genitori: servono davvero delle regole, o stiamo demonizzando uno strumento?

Quando hanno inventato l’automobile, la gente moriva come mosche. E la risposta non è stata vietare le automobili, è stata inventare il codice della strada, le cinture di sicurezza, l’obbligo del casco, il limite di velocità, l’esame della patente. Nessuno ha detto “l’automobile è il male, distruggiamola”. Hanno detto: “l’automobile è potente, regoliamola”.

Con i social media dovremmo fare la stessa cosa. Il problema è l’assenza di regole per il suo utilizzo, soprattutto da parte di chi non ha ancora gli strumenti cognitivi per gestirlo autonomamente.

Chi è contrario ai divieti dice cose sensate: i ragazzi troveranno il modo di aggirare i blocchi, la verifica dell’età pone problemi di privacy, vietare non educa. E hanno ragione. In Australia, a poche settimane dal divieto, alcuni adolescenti sono riusciti a bypassare la verifica biometrica. Un tredicenne ha passato il face scan “nascondendo i denti e facendo una smorfia”. Non esattamente Fort Knox.

Ma chi è favorevole alle regole dice cose altrettanto sensate: non possiamo lasciare che piattaforme con miliardi di fatturato si autoregolino sulla pelle dei nostri figli, perché finora non l’hanno fatto e non hanno nessun incentivo economico a farlo.

La verità, come quasi sempre, sta nel mezzo. Servono regole, ma che siano intelligenti, ovvero che costringano le piattaforme a riprogettare i loro prodotti togliendo i meccanismi di dipendenza. Niente scroll infinito per i minori e niente notifiche push dopo una certa ora. Niente algoritmi di raccomandazione basati sull’engagement compulsivo e niente ricompense variabili che trasformano un’app in una slot machine.

E noi genitori? Parliamone

Perché c’è un elefante nella stanza che nessuno vuole nominare: noi.

Noi che controlliamo il telefono durante la cena. Noi che scrolliamo Instagram prima di dormire. Noi che diamo lo smartphone a un bambino di 7 anni perché siamo troppo stanchi per intrattenerlo. Noi che postiamo le foto dei figli ancora prima che imparino a parlare.

Secondo Telefono Azzurro, il 60% dei genitori italiani non sa monitorare l’attività online dei propri figli, ma il 27,6% concede lo smartphone anche a bambini di 6 anni. È come dare le chiavi della macchina a qualcuno che non ha la patente e poi stupirsi se va a sbattere.

Sto descrivendo una realtà che riguarda anche me, perché io sono la prima a dover chiudere quel telefono, e so quanto sia difficile. E se è difficile per me, che sono un’adulta con una corteccia prefrontale funzionante e una discreta consapevolezza dei meccanismi di manipolazione digitale, immaginatevi per un ragazzino di 11anni.

Cosa possono fare i brand (e chi scrive per loro)

E qui torno nel mio territorio, perché se c’è una cosa che ho imparato in anni di lavoro con i contenuti è che le parole hanno un potere enorme, e con il potere viene la responsabilità. Sì, sto citando lo zio di Spider-Man, e non me ne vergogno.

Se lavori con i social, se crei contenuti, se gestisci un brand, hai una responsabilità in. Puoi scegliere di alimentare la macchina della dipendenza con contenuti progettati per massimizzare l’engagement a tutti i costi. Oppure puoi scegliere di creare valore reale, contenuti che informano, che fanno riflettere, che rispettano il tempo e l’attenzione delle persone.

Come Shameless ci ha insegnato, l’autenticità batte la perfezione. E l’autenticità nel 2026 significa anche avere il coraggio di dire: “Non tutto quello che funziona è giusto, e non tutto quello che è giusto funziona subito”.

La pagina non è vuota

Il cursore lampeggia, come sempre. Come quella sera di pioggia napoletana con il bicchiere di rosso e il blocco dello scrittore.

Ma questa volta non è il blocco dello scrittore, è il blocco di una società intera che sa di avere un problema e non sa da dove cominciare a risolverlo.

Io dico: cominciamo col parlarne. Dal guardare i numeri senza girarci dall’altra parte. Dal pretendere che chi progetta queste piattaforme si assuma la responsabilità di quello che ha creato. Dal fare noi stessi quello che chiediamo ai nostri figli: mettere giù il telefono e vivere qualcosa che valga la pena di essere raccontato.

Perché alla fine, come direbbe Carrie: “Non riuscivo a fare a meno di chiedermi… se passiamo tutto il tempo a guardare la vita degli altri attraverso uno schermo, quando cominciamo a vivere la nostra?”