Stiamo scrivendo peggio per paura di sembrare ChatGPT

scrivere peggio per non sembrare AiDa qualche tempo una frase compare con frequenza sotto post, articoli, email e testi professionali: “sembra scritto da ChatGPT”. Bastano spesso un periodo molto ordinato, un lessico pulito o una struttura regolare per far scattare il sospetto nel lettore. Chi scrive comincia allora a togliere un avverbio, a spezzare una frase, oppure a cambiare una parola perfettamente naturale nella speranza di apparire il pi naturale possibile. Il risultato, nella maggior parte dei casi è deludente; il testo, spesso, risulta scarno e scritto male.

La paura di sembrare artificiali rischia così di farci scrivere peggio, soprattutto quando la revisione si concentra sulla ricerca ossessiva di presunti segnali dell’AI.

Quando “sembra ChatGPT” diventa un criterio di revisione

È indubbio che l’AI generativa abbia reso molto visibili alcuni tic linguistici, come – ad esempio – introduzioni prevedibili, paragrafi costruiti con misure simili, metafore generiche, chiuse sentenziose e formule ricorrenti compaiono spesso nei testi prodotti con i modelli linguistici. Dopo averne letti molti, certi meccanismi diventano riconoscibili.

Il controllo della maggioranza dei lettori, tuttavia,  si è esteso anche a caratteristiche normali della lingua scritta. Il trattino diventa sospetto, i due punti sembrano una firma dell’AI e alcuni connettivi finiscono sotto osservazione. L’autore, così, comincia a correggersi pensando a un giudice immaginario e la revisione si allontana dall’argomento, dal lettore e dalla voce di chi firma.

Perché un testo umano può assomigliare alla scrittura AI

Bisogna tener presente che i modelli linguistici apprendono da grandi quantità di testi prodotti da persone. Le somiglianze con la scrittura umana hanno quindi una spiegazione reale: entrambe usano il medesimo patrimonio linguistico. Un periodo ben costruito, una subordinata o un connettivo poco comune appartengono alla lingua e possono comparire nella pagina di un giornalista, di un copywriter o di uno studente.

Uno studio di Stanford pubblicato nel 2023 ha testato 7 detector su saggi TOEFL scritti da studenti con inglese come seconda lingua. Il 61,22% dei testi è stato classificato come generato dall’AI e almeno uno degli strumenti ha segnalato 89 saggi su 91. Gli autori hanno collegato il risultato ai criteri statistici dei sistemi, che possono penalizzare una minore varietà lessicale o sintattica.

Come riconosco i pattern dell’AI

I pattern dell’AI diventano riconoscibili quando vengono osservati insieme e dentro il contesto in cui compaiono.

Lavoro con le parole da molti anni e passo una parte considerevole delle mie giornate a scrivere, correggere e revisionare testi prodotti anche con strumenti di intelligenza artificiale. Conosco ormai molto bene la lingua dei modelli e mi concedo una certa presunzione professionale: in questo senso mi considero un detector umano infallibile.

Il riconoscimento, in realtà, riguarda la struttura complessiva del testo. Bisogna osservare la cadenza dei periodi, la simmetria fra le frasi, il modo in cui vengono introdotti gli argomenti, la regolarità dei passaggi logici, le metafore aggiunte per creare enfasi, l’abuso di frasi oppositive e le chiuse formulate come piccole sentenze. Un avverbio, una parola ricorrente o una frase semplice valgono pochissimo se vengono isolati dal resto. La lettura acquista significato quando diversi segnali ricompaiono nello stesso testo e producono una voce riconoscibile.

La mia analisi tiene conto anche della storia stilistica dell’autore e del rapporto fra le frasi. Posso riconoscere una formula abituale, osservare una deviazione dal lessico usato di solito e valutare la coerenza dell’intero pezzo. Gli strumenti automatici lavorano attraverso indicatori statistici e restituiscono un punteggio. La parola “detector” finisce così per indicare operazioni diverse.

Che cosa misurano gli AI detector

Gli AI detector restituiscono una probabilità basata sulle caratteristiche del testo, ma l’origine reale delle frasi resta fuori da quella misurazione.

OpenAI aveva pubblicato nel gennaio 2023 un proprio classificatore. Nei test dichiarati dall’azienda riconosceva correttamente il 26% dei testi AI e classificava erroneamente come artificiali il 9% dei testi umani. Il servizio, proprio in virtù di questo limite, è stato ritirato nel luglio dello stesso anno.

Per chi lavora con i contenuti, affidare la revisione a un punteggio può produrre effetti a dir poco disastrosi. Una frase viene resa più elementare, una ripetizione viene conservata volutamente, una costruzione efficace viene sostituita perché sembra fin troppo ordinata.

Si ottiene così un testo con difetti programmati e minore precisione (sic!)

Umanizzare un testo senza recitare l’imperfezione

L’espressione “umanizzare un testo” viene spesso tradotta in piccoli espedienti: inserire esitazioni, spezzare i periodi, aggiungere colloquialismi o lasciare qualche ripetizione. Il risultato può diventare una caricatura della scrittura umana, perché l’imperfezione viene progettata con la stessa regolarità che si voleva eliminare.

Una revisione editoriale seria, al contrario, si concentra su contenuti e scelte di natura stilistica ed editoriale. Servono dettagli pertinenti, fonti controllate, esempi adatti al tema e un lessico coerente con la persona o il brand. Lo stile di scrittura acquista riconoscibilità attraverso abitudini reali, parole ricorrenti e costruzioni coerenti con la voce dell’autore.

Scrivere con ChatGPT può servire per organizzare appunti, verificare ripetizioni o confrontare varianti, ma è chi firma la versione pubblicata a prendere le decisioni editoriali, a verificare le informazioni e a rispondere della qualità del testo.

Quando cominciamo a correggere anche la nostra voce

La presenza dell’AI ci ha resi lettori più attenti ai tic di scrittura e questa attenzione ha una sua utilità professionale. Diventa controproducente quando eliminiamo parole che usiamo da anni, impoveriamo la sintassi o introduciamo difetti programmati per superare un sospetto. Una frase appare autentica quando trova continuità nei dettagli scelti, nelle fonti, nei giudizi e nelle abitudini lessicali che un editor riconoscerebbe dopo poche pagine.

Scrivere peggio per dimostrare di avere scritto da soli mi sembra un paradosso piuttosto evidente!

FAQ sulla scrittura AI

Come capire se un testo sembra scritto da ChatGPT?

Un testo può sembrare scritto da ChatGPT quando presenta molte formule ricorrenti nello stesso spazio: paragrafi uniformi, passaggi logici costruiti con la stessa cadenza, metafore generiche, chiuse sentenziose e una voce poco riconoscibile. Per riconoscere un testo AI serve osservare l’insieme delle scelte linguistiche e il modo in cui si ripetono.

Gli AI detector riconoscono con certezza un testo scritto dall’intelligenza artificiale?

Gli AI detector forniscono una stima statistica e possono produrre falsi positivi. Studi accademici e dati pubblicati dagli stessi sviluppatori mostrano margini di errore rilevanti, soprattutto quando il testo presenta caratteristiche linguistiche associate dal sistema ai contenuti generati.

Come si può umanizzare un testo scritto con ChatGPT?

Umanizzare un testo scritto con ChatGPT richiede una revisione sostanziale delle informazioni, degli esempi, della sintassi e del lessico. Il testo deve corrispondere alla voce di chi lo firma e rispondere alle esigenze reali del lettore, con riferimenti verificati e scelte linguistiche motivate.

Leggi anche Come l’AI supporta il lavoro del copywriter

 

2026-08-22T11:31:12+00:00

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