Ovvero: come il poeta più depresso della letteratura italiana avrebbe dominato il content marketing
La domanda che mi sono fatta è questa: se Giacomo Leopardi fosse nato nel 1998 invece che nel 1798, avrebbe aperto un blog?
La risposta, ovviamente, è sì. E sarebbe stato un blogger di enorme successo.
Perché Leopardi aveva tutto quello che serve per sfondare nel content marketing: una voce riconoscibile, una coerenza tematica invidiabile, la capacità di trasformare il dolore esistenziale in contenuto universale. In pratica, faceva personal branding duecento anni prima che qualcuno inventasse la parola. Solo che invece di un piano editoriale aveva i Canti, e invece di una bio ottimizzata per le keyword aveva una gobba e un padre padrone.
L’Infinito avrebbe avuto un titolo SEO
Partiamo dal capolavoro. L’Infinito, con quel suo attacco magistrale, sarebbe stato un articolo pillar da manuale. Il titolo SEO? “Cosa c’è oltre la siepe: guida completa alla contemplazione dell’ignoto”. Meta description: “Scopri perché il naufragar m’è dolce in questo mare e come applicare la poetica dell’indefinito alla tua strategia di contenuti”. Long-tail keyword: “come affrontare il vuoto cosmico senza perdere follower”.
E il bello è che funzionerebbe sulserio. Perché L’Infinito risponde a un search intent preciso, uno di quelli che Google classifica come “informational” ma che in realtà è qualcosa di molto più profondo. Chi cerca “cosa c’è oltre”, in qualunque forma lo declini, sta cercando esattamente quello che Leopardi offre: uno sguardo che va oltre il visibile, una promessa di senso dentro il caos.
La siepe, se ci pensate, è il primo paywall della storia della letteratura. Da una parte c’è il contenuto gratuito, il paesaggio conosciuto, quello che vedono tutti. Dall’altra c’è l’esclusivo, l’indefinito, quell’infinito che Leopardi ti regala senza chiederti nemmeno la mail in cambio.
Altro che lead magnet.
Una content strategy costruita sul dolore universale
La vera forza di Leopardi come content creator sarebbe stata la sua nicchia.
Perché Giacomo non avrebbe scritto di produttività, di hustle culture, di cinque abitudini per svegliarsi alle cinque.
Leopardi avrebbe scritto di dolore.
E il dolore, nel content marketing, è l’argomento con il tasso di conversione più alto in assoluto, perché è l’unica esperienza veramente universale.
Non è difficile da immaginare: ogni suo contenuto toccava corde che risuonano in chiunque. La noia, la disillusione, la giovinezza che sfiorisce, il sabato sera che è sempre meglio della domenica. Altro che l’abusato: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla” (sto già rabbrividendo!).
A Silvia sarebbe stato un post da migliaia di condivisioni, perché chi non ha una Silvia nella propria vita? Chi non ha perso qualcosa prima di averlo davvero? Chi non si è trovato a guardare indietro chiedendosi dove sia finita quella promessa di felicità che sembrava così vicina? Leopardi trasformava queste domande in musica, e la musica, a differenza dei post motivazionali, non ha bisogno di un algoritmo per arrivare al cuore.
La sua strategia editoriale sarebbe stata così coerente da far piangere di invidia qualsiasi social media manager. Un unico grande tema, il pessimismo cosmico, declinato in mille variazioni senza mai perdere il filo. Da quello storico a quello cosmico, da quello individuale a quello universale, con una progressione che oggi chiameremmo storytelling e che lui chiamava semplicemente pensiero.
Lo Zibaldone sarebbe stato il dietro le quinte, il “behind the content” che tanto piace ai guru del marketing, con la differenza che invece di mostrarti come imposta le Stories alle sei di mattina, ti mostrava come funziona il cervello di un genio alle prese con l’insensatezza dell’esistenza.
Il sabato del villaggio sarebbe stato un reel
E qui entriamo nel territorio dei social. Perché se il blog era il mezzo perfetto per i pezzi lunghi, i Canti più brevi avevano il formato ideale per i contenuti mordi e fuggi.
Il sabato del villaggio, con quella sua struttura circolare e quel colpo di scena finale, sarebbe diventato un reel virale con la caption “Quando l’attesa è meglio della realtà (tagga qualcuno che lo sa)”. E avrebbe fatto numeri da capogiro, perché la verità scomoda è che il contenuto che diventa virale è quello che dice ad alta voce ciò che tutti pensano in silenzio.
Il Passero Solitario sarebbe diventato il contenuto più salvato in assoluto, perché quelli che salvano i post sono esattamente le persone che si identificano con il passero: quelli che osservano dalla finestra mentre gli altri vivono, quelli che scrollano i feed degli altri sentendosi sempre un passo indietro, e forse anche un pelino inadeguati.
E Leopardi, con quella delicatezza feroce che lo caratterizzava, avrebbe dato voce a tutto questo senza giudicarlo, senza offrire soluzioni facili, senza dirti che devi solo uscire dalla tua comfort zone.
Ti avrebbe detto: sì, è così, fa male, e il fatto che fa male significa che sei vivo. E adesso prova a fare lo stesso con un carosello di Canva!
Le Operette Morali: la newsletter che nessuno apre ma tutti citano
Arriviamo al pezzo forte: le Operette Morali sarebbero state una newsletter. Di quelle lunghe, impegnative, che arrivano nella casella di posta e ti fanno sentire in colpa perché non le leggi mai per intero.
Il Dialogo della Natura e di un Islandese sarebbe stato il numero che tutti condividono ma nessuno finisce, con un tasso di apertura del 68% e un tempo di lettura medio di quarantadue secondi. Il che, a pensarci bene, è esattamente il destino delle Operette Morali anche nella realtà (sic!).
Il Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere sarebbe diventato il numero più citato su LinkedIn, perché ha tutto quello che serve per un post di successo sulla piattaforma: una struttura dialogica che si presta allo storytelling, una morale che sembra motivazionale ma in realtà è devastante, e quel mix perfetto di accessibilità e profondità che fa dire al lettore “bravo, grande contenuto” senza aver capito che gli hai appena dimostrato l’inutilità della speranza. Il marketing migliore, del resto, è sempre quello in cui il destinatario non si accorge di essere stato colpito.
La Ginestra, poi, sarebbe stata la mail più lunga della storia delle newsletter, quella che il 94% dei lettori avrebbe archiviato immediatamente e che il restante 6% avrebbe letto in ginocchio, piangendo, per poi girarsela a vicenda come un segreto sacro. Il che, ancora una volta, è più o meno quello che succede con La Ginestra nella vita reale, dove è il testo più ignorato e più potente dell’intera produzione leopardiana.
Il personal branding del pessimista cosmico
E qui arriviamo al cuore della questione. Perché Leopardi, con tutte le sue fragilità e le sue stranezze, avrebbe avuto un personal branding formidabile.
Il nostro uomo di Recanati, infatti, è riconoscibile alla prima riga, e nel mondo del content marketing la riconoscibilità è tutto. Puoi avere tutti i plugin SEO del mondo, puoi ottimizzare ogni singola meta description, puoi pubblicare con la costanza di un orologio svizzero, ma se la tua voce suona come quella di tutti gli altri, sei trasparente.
Il paradosso magnifico è che Leopardi sarebbe stato il blogger più depresso del web e, contemporaneamente, quello con il tasso di engagement più alto. Perché la gente, in fin dei conti, cerca la verità.
E la verità di Leopardi era talmente nuda, talmente senza filtri, talmente priva di qualsiasi tentativo di compiacere il pubblico, che il pubblico non poteva fare a meno di sentirsi compreso. Il suo sarebbe stato il classico caso di personal brand costruito sulla vulnerabilità, solo che lui la vulnerabilità non la usava come strategia di marketing: era semplicemente tutto quello che aveva.
La community che si sarebbe formata intorno al suo blog avrebbe avuto le caratteristiche di una setta gentile: lettori fedelissimi, commenti lunghi e sofferti, un senso di appartenenza basato sulla condivisione del dolore piuttosto che sull’entusiasmo. Niente “Forza! Ce la puoi fare!” nei commenti, piuttosto un collettivo “Sì, il mondo è terribile, ma almeno siamo in compagnia” che, a pensarci bene, è il tipo di engagement più efficace che esista, perché non dipende dall’umore del momento ma da una visione del mondo condivisa.
Il punto, alla fine, è sempre quello
Leopardi non aveva bisogno di un plugin per la leggibilità per capire che la scrittura è deve nascere dal cuore prima che dalla testa. Non aveva bisogno di un corso di copywriting per sapere che le parole giuste, messe nell’ordine giusto, possono cambiare il modo in cui una persona guarda il mondo.
Aveva una voce. Una voce inconfondibile e impossibile da replicare. E in un’epoca in cui chiunque può produrre contenuti con un clic, in cui l’intelligenza artificiale sforna testi ottimizzati alla velocità della luce, in cui il web è invaso da parole che non dicono niente scritte da nessuno per nessuno, la voce è l’unica cosa che vale ancora qualcosa.
Il content marketing migliore funziona esattamente come la grande letteratura: parte da qualcosa di autentico, lo racconta con una voce riconoscibile, e arriva a qualcuno che si sente meno solo dopo averlo letto.
La SEO serve, le keyword contano, la strategia è importante. Ma se sotto non c’è una voce vera, tutto il resto non è efficace.
E il naufragar, in quel mare di contenuti, gli sarebbe stato dolce… comunque.
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Sono web content editor, giornalista e blogger. Le parole sono il mio pane quotidiano!

