Dopo anni di scroll compulsivo e contenuti usa e getta, nel 2026 le persone stanno ricominciando a cercare sostanza. E per chi scrive, questa è la notizia che aspettavamo.
Mi sono chiesta quando è successo esattamente (e per fortuna!)… quando è diventato più interessante un uomo con un libro in mano che uno con l’ultimo filtro di Instagram sulla faccia. Quando le persone hanno ricominciato a pagare per leggere una newsletter invece di scrollare gratis i soliti post tutti uguali. Quando “ho letto un articolo bellissimo” è tornata a essere una frase che si dice a cena senza sembrare quella strana.
Non ho una data precisa, ma ho dei numeri che raccontano una storia abbastanza chiara.
Cosa dicono i dati
Nel 2025 gli eventi legati ai club di lettura sono cresciuti del 31%. E non parlo dei circoli letterari con le poltrone impolverate e i biscotti secchi: parlo dei silent book club, un format nato negli Stati Uniti e arrivato anche in Italia, dove ci si ritrova in un bar, una libreria o uno spazio culturale, ognuno porta il libro che sta leggendo, si legge in silenzio per un’ora e poi si chiacchiera tutti insieme.
Si organizzano su Eventbrite, su Instagram, attraverso community locali: basta cercare “silent book club” nella propria città per scoprire che probabilmente ce n’è già uno a pochi isolati da casa. A Milano, Roma, Napoli, Torino ce ne sono diversi, spesso gratuiti o con una consumazione come unico biglietto d’ingresso. Nell’ultimo anno sono più che raddoppiati.
Poi ci sono i book club in senso più classico, quelli con un libro scelto ogni mese e una serata di discussione, che stanno vivendo una seconda giovinezza soprattutto tra i ventenni e i trentenni. Quasi otto ragazzi su dieci tra Gen Z e Millennials dicono di cercare eventi che stimolino la testa, non solo il pollice. Li trovi su Eventbrite, su Meetup, nei gruppi Facebook locali, nelle stories delle librerie indipendenti. Alcuni sono a numero chiuso, altri aperti a tutti. Alcuni abbinano il libro a una degustazione, a una cena, a una passeggiata. Il formato si reinventa, ma il principio è lo stesso: leggere da soli è bello, parlarne insieme è meglio.
Substack, la piattaforma dove si scrivono e si leggono newsletter lunghe, senza algoritmo, senza reel, senza balletti, ha superato i cinque milioni di abbonamenti a pagamento. Cinquantamila autori ci guadagnano scrivendo. Scrivendo e basta!!!
E poi c’è il dato che ribalta la narrazione degli ultimi anni: i contenuti lunghi stanno superando quelli brevi nelle metriche che contano. Non le visualizzazioni, quelle restano dalla parte dei video da quindici secondi, ma i commenti, le condivisioni, i salvataggi. Le metriche che dicono “questa cosa mi piace sulserio”.
Il libro come accessorio (e va bene lo stesso)
C’è un fenomeno che racconta questo momento meglio di qualsiasi grafico, ed è il performative male.
Il ragazzo con la tote bag della libreria indipendente, il matcha ghiacciato, le cuffie rigorosamente con il filo, un libro di Sally Rooney strategicamente in vista. Negli Stati Uniti hanno organizzato dei veri contest, con buoni da spendere in libreria come premio.
Dua Lipa ha un podcast letterario dove conversa con Margaret Atwood. Kaia Gerber ha un book club che si chiama Library Science. Jacob Elordi si fa fotografare mentre legge al distributore di benzina. Persino TikTok ha annunciato che vuole pubblicare libri.
La domanda è ovvia: è un ritorno vero alla cultura o è l’ennesimo trend?
Probabilmente entrambe le cose, ma poco importa. Perché anche quando l’intellettualismo è un po’ in posa, sta succedendo qualcosa che chi lavora con le parole non può ignorare: avere qualcosa da dire è tornato desiderabile. La profondità è tornata attraente. E questo, nel nostro mestiere, cambia le carte in tavola.
Cosa c’entra con chi scrive contenuti
C’entra un bel po’. Perché se le persone stanno ricominciando a cercare profondità, se pagano per leggere newsletter, se si ritrovano nei club di lettura, se salvano i post lunghi più di quelli corti, allora anche chi scrive per i brand, per i blog, per i social deve prenderne atto.
Tutto ciò significa che i contenuti vuoti, privi di profondità e di acume, hanno le ore contate. Il punto della questione non è quanto scrivi, ma cosa hai da dire.
La cultura come vantaggio competitivo
Ecco dove volevo arrivare. In un web saturo di contenuti generati dall’intelligenza artificiale, di post fatti con il template, di articoli scritti in serie senza che una persona vera ci abbia messo un pensiero vero, la cultura diventa un vantaggio competitivo. Non la cultura come sfoggio, non la citazione colta piazzata lì per sembrare interessanti. La cultura come profondità di sguardo, come capacità di vedere connessioni che altri non vedono, di mettere un prodotto o un’idea dentro un contesto più grande e dargli un senso che va oltre la scheda tecnica.
L’intelligenza artificiale sa produrre contenuti, è vero. Ne produce moltissimi, velocemente e in modo corretto. Quello che non sa fare è avere un punto di vista costruito su anni di letture, esperienze, conversazioni, errori e curiosità.
Le piattaforme se ne stanno accorgendo. Instagram ha portato i Reel fino a venti minuti. YouTube domina per i contenuti lunghi, con una capacità di trattenere l’attenzione anche oltre la mezz’ora. Le ricerche sul consumo digitale dicono che lo scroll continuo tra video brevi aumenta la stanchezza mentale, mentre i contenuti lunghi migliorano attenzione e soddisfazione.
Per chi scrive è una finestra che si apre. Per anni ci hanno detto taglia, accorcia, vai al punto in meno di cento parole. Adesso i dati dicono che le persone vogliono approfondire e leggere fino in fondo. A patto, ovviamente, che quello che leggono valga il tempo che ci stanno dedicando.
Verba volant, scripta manent
Le parole dette volano via, quelle scritte restano. Lo sapevano i romani duemila anni fa e vale ancora adesso, forse più di prima. In un mondo dove ogni giorno si pubblicano milioni di contenuti che nessuno ricorderà l’indomani, scrivere qualcosa che resta è diventato l’atto più radicale che un copywriter possa compiere.
E allora forse il 2026 non sarà l’anno dell’intellettuale. Forse sarà semplicemente l’anno in cui ci siamo stancati del vuoto e in cui abbiamo ricominciato a cercare qualcosa che valga i cinque minuti che ci costa leggerlo. In cui qualcuno, dall’altra parte dello schermo, ha alzato la mano e ha detto: io ho qualcosa da dire, e so anche farlo bene!

Sono web content editor, giornalista e blogger. Le parole sono il mio pane quotidiano!

