blocco dello scrittore

Non riuscivo a fare a meno di chiedermi… se non riusciamo a scrivere la nostra storia, forse è perché stiamo vivendo quella sbagliata?

Era un martedì sera. Fuori pioveva quel tipo di pioggia che qui in provincia sembra sempre un fatto personale, come se il cielo ce l’avesse con te. Io ero seduta davanti al laptop con un bicchiere di bianco, il secondo, ma chi conta, e il cursore lampeggiava. Lampeggiava e basta. Come un ex che ti manda il cuoricino su Instagram alle tre di notte: presente, insistente, e assolutamente inutile.

Il blocco dello scrittore.

Chiamarlo “blocco” è già un eufemismo. È più simile a un muro. Un muro bianco, liscio, senza appigli, e dall’altra parte ci sei tu che urli “Ho delle idee! Giuro che le avevo cinque minuti fa!”

Poi mi sono addormentata e mi sono ritrovata con le mie amiche di sempre allo Scout, con un Cosmopolitan in mano. Parliamo del mio “blocco”

Samantha ha detto che il blocco dello scrittore è come un amante che non ti fa venire: “Non è colpa tua, tesoro. È lui che non sa cosa fare. Cambia posizione. Cambia argomento. Cambia bar.”

Charlotte, ovviamente, ha suggerito un diario della gratitudine, candele profumate e una playlist lo-fi. “Se crei l’ambiente giusto, le parole arrivano.” Io l’ho guardata come si guarda chi ordina un’insalata al ristorante il sabato sera.

Miranda, pragmatica, spietata, meravigliosa la mia Miranda, ha appoggiato il calice e ha detto: “Il blocco dello scrittore non esiste. Esiste la paura di scrivere qualcosa di brutto. E sai cosa? Scrivi qualcosa di brutto. Poi lo riscrivi. Prima o poi funzionerà.”

E poi c’era la mia teoria.

La mia teoria è che il blocco dello scrittore non si risolve con le frasi ispirazionali. Non si risolve con “Credi in te stesso” stampato su una tazza da dodici euro. Non si risolve nemmeno con la disciplina feroce dello “scrivi ogni giorno alle sei di mattina”, perché alle sei di mattina io sono una persona orribile, e non infliggo la mia scrittura a nessuno in quello stato.

Il blocco si risolve vivendo.

Si risolve uscendo di casa senza sapere dove vai. Si risolve litigando con qualcuno al telefono, piangendo in macchina, ridendo con un’amica fino alle lacrime per una cosa che non è nemmeno così divertente. Si risolve cucinando male, camminando tanto, innamorandosi delle persone sbagliate e poi scrivendoci sopra.

Le parole si fermano quando dentro non c’è più niente da pescare. È un segnale: esci, vivi, riempi i cassetti. Cammina, guarda, ascolta qualcuno che non la pensa come te, perdi tempo in un posto che non conoscevi. Poi torna alla tastiera. Le cose vissute si depositano da sole, e a un certo punto le dita ripartono perché hanno qualcosa da raccontare.

Hemingway diceva “scrivi da ubriaco, correggi da sobrio.” Io dico: vivi da ubriaca, scrivi quando hai i postumi. È lì che trovi la verità, nella lucidità dolorosa del giorno dopo, quando non hai più la forza di mentirti.

Quindi se sei lì, adesso, con il cursore che lampeggia e la testa vuota e il panico che sale, chiudi il laptop. Esci. Vai a vivere qualcosa che valga la pena di essere scritto.

La pagina può aspettare. La vita no.

E proprio così, ho capito che il problema non era trovare le parole giuste. Era trovare la vita giusta da raccontare.