etimologia parole copywriting

Non riuscivo a fare a meno di chiedermi… se ogni parola che scriviamo porta dentro di sé una storia più antica di noi, non dovremmo almeno sapere quale?

Scoprire l’etimologia di una parola è una di quelle cose che ti rovinano, nel senso buono, ovviamente. Ti prende una vertigine, dolce ma irreversibile: usavi distrattamente quella parola da una vita intera e adesso la guardi e pensi, ma davvero significavi questo da sempre e io non lo sapevo?

E io sono convinta che questa vertigine non sia un lusso da linguisti con la giacca di velluto e il bicchiere di porto in mano; è uno strumento potentissimo per chiunque scriva.

Desiderio: quando le stelle se ne vanno e tu resti a cercarle

Prendiamo la parola “desiderio”, ad esempio. La usiamo tutti, tutti i giorni, in contesti che vanno dal sublime al banale: desidero un caffè, desidero te, desidero una vita diversa, desidero che questo lunedì finisca. La buttiamo lì come se fosse una parola qualunque, trasparente, ovvia.

E invece… “Desiderio” viene dal latino de-sidera. De, particella privativa, che indica mancanza, assenza. Sidera, plurale di sidus: stelle. Desiderare significa, alla lettera, “avvertire la mancanza delle stelle”. I sacerdoti romani, gli aruspici, quando alzavano gli occhi al cielo per trarre auspici e trovavano le nuvole a coprire le costellazioni, sentivano un’assenza, un’attesa, una tensione verso qualcosa che non c’è ma che sai essere là, da qualche parte, oltre il velo che te lo nasconde.

Ogni volta che desideriamo qualcosa, esprimiamo un’assenza che è contemporaneamente dolore e slancio, perdita e ricerca, vuoto e direzione. Sentiamo la mancanza di qualcosa di cosmico, qualcosa che ha a che fare con l’orientamento stesso della nostra vita.

Ora, se io scrivo “il desiderio di ritrovare la tua voce” sapendo tutto questo, scrivo diversamente da come scriverei se pensassi che “desiderio” è solo un sinonimo carino di “voglia”. Scrivo con più consapevolezza, più profondità.

E il lettore, anche se non conosce l’etimologia, lo sente, perché le parole usate con cognizione di causa hanno un suono diverso da quelle usate a caso, esattamente come una nota suonata da chi conosce la musica ha un timbro diverso da quella di chi preme un tasto a caso su un pianoforte.

E poi c’è la questione della pronuncia

Sapete una cosa che quasi nessuno sa? La S di “desiderio” è sorda. Non “deziderio” con la zeta dolce, come direbbe la maggior parte degli italiani del nord. Ma “desiderio” con la esse aspra, sibilante, quella di “sasso”.  La S è sorda proprio in virtù della composizione della parola. Il de- è un prefisso e la S che segue è l’iniziale della radice sider-: nei composti, la S conserva il suo suono originario, quello sordo, aspro, pulito. La stessa regola vale per “disegnare”, “designare”, “presentire” e tante altre parole in cui la S sembra stare tra due vocali ma in realtà è all’inizio di un elemento autonomo.

Ecco: l’etimologia ti dà un codice d’accesso doppio, semantico e fonetico, e se scrivi per mestiere devi averne consapevolezza.

Le stelle sono ovunque

Se desiderare è sentire la mancanza delle stelle, considerare (cum-sidera) è il suo opposto luminoso: stare con le stelle, osservarle, tenerne conto. Per i sacerdoti romani, considerare significava esaminare gli astri per leggervi i presagi. Oggi, quando “consideriamo” qualcosa, stiamo letteralmente guardando le stelle di quella questione, cercando di orientarci.

E poi c’è “disastro”. Dis-astrum, cattiva stella. Quando dite “è stato un disastro” state invocando l’influsso maligno degli astri come un antico romano che dava la colpa a Saturno per una brutta giornata.

Non è meraviglioso? Tre parole che usiamo senza pensarci, desiderio, considerare, disastro, e tutte e tre parlano di stelle. Tutte e tre ci ricordano che i nostri antenati guardavano il cielo per capire la terra, e hanno infilato quel cielo dentro le parole che poi hanno passato a noi, come un’eredità nascosta in un cassetto.

Perché tutto questo conta se scrivi per lavoro

Ogni parola ha una storia che influenza il modo in cui il lettore la riceve, anche inconsapevolmente.

Un copywriter che conosce l’etimologia non scrive meglio perché sceglie meglio. Perché quando deve decidere tra “desiderio” e “voglia”, tra “osservare” e “guardare”, tra “disastroso” e “terribile”, non tira a indovinare. Sa cosa c’è dentro ogni parola e sa quale racconta esattamente la storia che vuole raccontare.

Pensate a quante volte leggete testi aziendali pieni di parole usate a sproposito. “Innovazione” ovunque, senza che nessuno si sia mai chiesto che innovare significa “far nuovo”, dal latino in-novare, e che se non stai facendo niente di nuovo non stai innovando, stai solo usando una parola di moda come un vestito che non è della tua taglia. “Empatia” buttata in ogni strategia di comunicazione, senza sapere che viene dal greco en-pathos, “sentire dentro”, e che non puoi dichiararla se non la pratichi.

L’etimologia è il test di autenticità delle parole.

Se conosci la storia di una parola, sai se la stai usando nel modo giusto o se la stai tradendo. E un testo pieno di parole tradite è un testo che suona falso, anche se il lettore non sa spiegarti perché.

Le parole come le persone: non puoi capirle se non sai da dove vengono

Io la vedo così: scrivere senza conoscere l’etimologia è come guidare senza sapere cosa c’è sotto il cofano: puoi farlo, e probabilmente arrivi pure a destinazione, ma al primo problema sei ferma sul ciglio della strada a guardare il motore come se fosse un’opera d’arte contemporanea che non capisci. Invece chi sa da dove vengono le parole sa anche dove possono portarti, sa quali strade possono percorrere e quali no, sa quando una parola regge il peso di un concetto e quando invece cede, si svuota, diventa rumore.

E quindi?

E quindi la prossima volta che scrivete, fermatevi un secondo. Prendete quella parola che stavate per buttare nella frase e chiedetevi: so da dove vieni? So cosa porta dentro? So cosa stai raccontando oltre a quello che sembra?

Non serve leggere il Pianigiani da cima a fondo, anche se non sarebbe una cattiva idea nelle sere di pioggia con un bicchiere di rosso. Basta sviluppare l’abitudine di chiedersi perché una parola dice quello che dice. Basta avere curiosità, quella curiosità che è il vero motore di ogni buona scrittura, molto più della tecnica, molto più del talento, molto più di qualsiasi corso che ti promette di diventare copywriter in tre weekend.

Le parole sanno da dove vengono. La domanda è: e tu?

Se vuoi qualcuno che tratti le parole del tuo brand con il rispetto che meritano, sai dove trovarmi. Io sarò quella che cerca le stelle dentro le parole.