Chi decide di scrivere la propria storia parte quasi sempre con troppo materiale. Cinquant’anni di vita contengono migliaia di episodi, e ognuno sembra necessario a chi li ha vissuti. Le prime pagine vengono bene, poi il racconto si allarga, entra uno zio, entra una casa, entra un lavoro durato 6 mesi nel 1987, e a pagina 30 il filo è perso.
Un libro autobiografico si tiene in piedi sulle esclusioni. Il lavoro vero comincia quando si decide che cosa lasciare fuori.
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Scegliere il filo che tiene insieme la storia
Una vita non ha una trama. Gliela dà chi scrive, scegliendo una domanda a cui il libro risponde.
Può essere una scelta che ha cambiato tutto, un mestiere imparato da qualcuno che non c’è più, un luogo lasciato e mai sostituito, una perdita attraversata. La domanda funziona quando permette di guardare un episodio e capire se serve. Un pranzo di famiglia entra nel libro se dice qualcosa su quella domanda, e resta fuori se è soltanto un bel ricordo.
Per trovarla serve un esercizio semplice. Racconta la tua storia a voce in 10 minuti, a qualcuno che non ti conosce, e registrati. In 10 minuti scegli per forza. Quello che tieni è il filo.
Raccogliere il materiale prima di scrivere
La memoria è una fonte, e come tutte le fonti va confrontata con le altre.
Prima di aprire il file, metti insieme quello che esiste già, quindi lettere, agende, fotografie con la data dietro, documenti di lavoro, atti, biglietti conservati per ragioni dimenticate. Le fotografie in particolare restituiscono dettagli che il ricordo ha tolto, perché mostrano la stanza intera e non soltanto quello che stavi guardando.
Poi ci sono le persone. Chi era presente ricorda cose che tu non hai visto, e le ricorda da un’altra posizione. Intervistare un fratello, una vecchia collega, un vicino di casa allunga i tempi e cambia il libro. Registra quelle conversazioni, perché trascriverle dopo è più facile che fidarsi degli appunti.
Sul metodo di verifica vale quello che uso per il lavoro giornalistico, e che ho descritto in come si verificano le fonti. Una data si controlla, una citazione si attribuisce, e un fatto che hai sentito raccontare resta un fatto raccontato finché non trovi di meglio.
Dove la memoria mente
Ogni volta che richiami un ricordo lo riscrivi. Ci aggiungi quello che hai saputo dopo, togli quello che nel frattempo è diventato imbarazzante, aggiusti la cronologia perché un ordine diverso avrebbe più senso. È un processo normale, e rende i ricordi più antichi i meno affidabili.
Succede spesso che due persone raccontino lo stesso episodio in modo incompatibile. La tentazione è stabilire chi ha ragione. Una strada migliore è tenere entrambe le versioni dentro il libro, perché la discrepanza fra due memorie dice qualcosa su quelle due persone che nessuna ricostruzione corretta direbbe.
Dove il documento smentisce il ricordo, il documento vince. E vale la pena scriverlo. “Per anni ho raccontato che fosse successo d’estate. L’agenda dice novembre.”
Le altre persone dentro la tua storia
La tua vita contiene persone vive che non hanno chiesto di comparire in un libro. Familiari, ex, colleghi, amici con cui hai litigato.
Il confine passa fra raccontare ed esporre. Un episodio che riguarda anche te lo puoi raccontare. Un fatto privato di un’altra persona, che tu conosci soltanto perché te lo ha confidato, appartiene a lei.
Nel dubbio si chiede. Far leggere in anticipo il capitolo che la riguarda a chi compare nel libro evita conflitti che dopo la stampa diventano irreparabili, e quasi sempre migliora il testo, perché chi legge aggiunge dettagli. Dove non è possibile chiedere, si cambiano nomi e particolari identificativi, e lo si dichiara in una nota.
Se il libro contiene accuse, vicende giudiziarie o fatti che possono danneggiare qualcuno, una lettura legale prima della pubblicazione è denaro speso bene.
Quanto avvicinarsi con la prima persona
Chi scrive oggi e chi ha vissuto allora sono due persone diverse, e la distanza fra le due è uno strumento.
Il passato remoto allontana e ordina. Il presente avvicina e fa perdere il giudizio di chi racconta, che a volte è proprio la cosa interessante. Molti libri autobiografici alternano i due registri, con il presente nelle scene e il passato nei raccordi.
Il rischio più comune in prima persona è la giustificazione. Mentre si racconta una scelta discutibile si comincia a spiegarla, poi a difenderla, e il lettore smette di credere. Le pagine che reggono sono quelle in cui chi scrive racconta il fatto e lascia il giudizio a chi legge.
Farsi aiutare, e fino a che punto
Esistono 3 modi, con conseguenze diverse su quello che resta tuo.
L’editing interviene su un testo che hai già scritto, quindi su struttura, tagli, ritmo e ripetizioni. La scrittura resta tua parola per parola.
La consulenza accompagna mentre scrivi. Si lavora sull’indice, si discutono i capitoli prima della stesura, si legge a blocchi. Serve a chi vuole scrivere da solo e ha bisogno di qualcuno che tenga la rotta.
Il ghostwriting affida la stesura a chi scrive di mestiere, partendo da interviste registrate. La storia, il giudizio e la firma restano di chi la racconta; le frasi le costruisce un altro. Come funziona nel dettaglio l’ho spiegato in ghostwriter per un libro, e per le storie di famiglia me ne occupo nella parte su biografie e storie personali.
Per chi sceglie di scrivere da solo, i programmi per scrivere un libro fanno la differenza su un manoscritto lungo, dove tenere insieme capitoli, note e versioni diventa un problema pratico prima che letterario.

Sono web content editor, giornalista e blogger. Le parole sono il mio pane quotidiano!