È stata la mano di Dio, ovvero il film più piccolo e più potente di un regista che ha passato vent’anni a costruire cattedrali
Paolo Sorrentino ha detto una cosa che non riesco a togliermi dalla testa. Ha detto che È stata la mano di Dio è il film che serve a spiegare ai suoi figli i suoi silenzi.
Ci ho pensato a lungo, a questa frase. Perché arriva da un uomo che per vent’anni ha fatto un cinema enorme, traboccante, pieno di papi e politici e feste romane e piscine sul tetto del mondo. Un uomo che ha vinto l’Oscar con La grande bellezza, che ha costruito personaggi così spettacolari da sembrare affreschi, che ha trasformato Toni Servillo in almeno cinque persone diverse e tutte indimenticabili. E poi un giorno si è fermato e ha raccontato un ragazzino del Vomero che perde i genitori e non sa più chi è.
Il film più piccolo
È stata la mano di Dio è il film “più piccolo” – mi si conceda questa espressione – che Sorrentino abbia mai girato. Non ci sono le panoramiche vertiginose di Youth, non c’è la Roma decadente e sfavillante, non ci sono i giochi di potere. C’è Napoli negli anni Ottanta, una famiglia della borghesia del Vomero, pranzi lunghi con i parenti, il calcio visto dal balcone, una zia bellissima e fragilissima che si chiama Patrizia, un ragazzo che tutti chiamano Fabietto e che guarda il mondo con quegli occhi di chi sta ancora cercando di capire come si sta al mondo.
La prima metà del film è pura gioia. Una gioia caotica, rumorosa, piena di personaggi grotteschi e teneri, di battute cattive e di abbracci, di Napoli che ride con la bocca piena. Sorrentino ricostruisce la sua infanzia con una tenerezza che non gli avevamo mai visto, una specie di Amarcord partenopeo dove ogni faccia è un mondo e ogni stanza è un teatro. Poi arriva Maradona, e con Maradona arriva quella febbre collettiva che solo chi ha vissuto Napoli in quegli anni può capire fino in fondo, quel senso di rivincita che sale dalla pancia di una città intera.
E poi succede la cosa.
La tragedia e le conseguenze della tragedia
I genitori di Fabietto muoiono: monossido di carbonio, una fuga di gas nella casa di montagna a Roccaraso. Fabietto non era con loro perché quella domenica c’era Napoli-Empoli e lui voleva vedere Maradona. La mano di Dio, appunto. O il caso, o il destino, o quella cosa senza nome che decide al posto nostro chi vive e chi no.
Da quel momento il film cambia pelle. La luce si spegne, i pranzi finiscono, i parenti spariscono, e resta un ragazzo solo in un appartamento che è diventato enorme. Sorrentino non si concede nessuna scena madre, nessun pianto liberatorio, nessuna catarsi da manuale. Il dolore di Fabietto è muto, goffo, senza sceneggiatura. Proprio come quello vero.
Non ti disunire
C’è una scena che vale l’intero film: Fabietto va a trovare Antonio Capuano, regista napoletano duro e visionario, e gli dice che vuole fare cinema. Capuano lo guarda e gli dice una cosa sola: “Non ti disunire”.
Non ti disunire, ovvero non lasciarti spezzare, non lasciare che il dolore ti separi da te stesso, tieni insieme i pezzi, anche quando i pezzi non combaciano, anche quando il puzzle non ha più la scatola con l’immagine davanti. Quella frase è l’unica istruzione che Fabietto riceve, l’unica bussola, e con quella sale su un treno per Roma e va a cercarsi un futuro nel cinema.
Sorrentino ha detto che la sua carriera è nata lì, in quel treno. Che fare cinema è stata la sua terapia, il modo in cui ha tenuto insieme i pezzi. E che ci ha messo vent’anni per avere il coraggio di raccontare quella storia, perché la vita prima la si vive e poi la si scrive, e certe cose si scrivono solo quando si è pronti a guardarle in faccia.
L’estetica del togliere
La cosa che colpisce di più di questo film è quello che manca. Manca il barocco. Manca il felliniano. Manca l’eccesso. Manca quella patina sorrentiniana fatta di ralenti e musica lirica e inquadrature da togliere il fiato. Tutto quello che per vent’anni ha reso Sorrentino riconoscibile, e a volte prevedibile, qui viene messo da parte. Al suo posto c’è una semplicità disarmante, una camera che segue Fabietto senza effetti, una Napoli fotografata da Daria D’Antonio con una luce calda e domestica che sembra memoria prima ancora che cinema.
Il risultato è il film più nudo della sua carriera, quello dove si vede meno Sorrentino il regista e più Sorrentino la persona. Quello dove la tecnica si mette al servizio della verità invece di metterla in cornice.
La lezione di Fabietto
Filippo Scotti, alla sua seconda esperienza cinematografica, dà a Fabietto una presenza fisica che è già racconto: le spalle un po’ curve, lo sguardo che si posa sulle cose con un’attenzione che sembra paura, i silenzi lunghissimi di chi sta elaborando qualcosa che non ha ancora parole. Toni Servillo è il padre con quella leggerezza che hanno certi uomini del sud, quella capacità di ridere forte e di amare senza dirlo mai direttamente. Teresa Saponangelo è una madre che riempie la stanza anche quando non parla. E Luisa Ranieri è una zia Patrizia che resta impressa come un sogno febbrile, una di quelle figure che incontri nella vita e che ti cambiano lo sguardo senza che tu te ne accorga.
Il Leone d’argento a Venezia, la candidatura all’Oscar, i David di Donatello: i premi sono arrivati, com’era prevedibile. Ma la cosa più importante di questo film sta in quella frase che Capuano dice a Fabietto e che Sorrentino ripete a se stesso da trent’anni. Non ti disunire.
Sorrentino ha fatto con È stata la mano di Dio quello che chiunque lavori con le parole prima o poi deve trovare il coraggio di fare: togliere tutto il superfluo, smettere di nascondersi dietro la tecnica, e scrivere la cosa vera.
Quella che faceva paura.
Quella che stavi per cancellare.

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